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…tutti a casa a moltiplicarsi!

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Tasso di natalità in Italia

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Adotta un cane (per la gioia dei bambini)

Ho sempre ironizzato sul vecchio Ti-to, che a 14 anni suonati ruba il ragù a Lisoski e le lecca il biberon. Brutte storie.
Mi sono arrabbiata quando in versione gigolò con pettorina rossa scappava dietro alle cagnette, salvo farsi recuperare dall’accalappia cani e tornare a casa con la coda tra le gambe.

Ho imprecato quando mi trovavo il divano pieno della sua pelliccia o con la fiata di un assaggiatore d’aglio si posizionava vicino al mio muso, distraendomi dal film.
Eppure se casa nostra è così allegra è anche merito suo….
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Consiglio un cane a tutti. Ma ve le lo consiglio di canile, costa meno che quello di allevamento – cioè, non costa proprio di solito, e fate del bene al quadrupede.

A tal proposito la Lega Nazionale per la difesa del Cane organizza due serate divulgative a Travacò SIccomario, questa (giovedì 29) sera e il 6 giugno: ore 21 alla Sala Calabresi di San Martino Siccomario, via Neruda1 (vicino al Municipio).
Vi potranno dare informazioni su come interpretare i loro atteggiamenti, su come gestirli, spiegandovi il significato dell’adozione canina.
Per informazioni, Associazione Family Point Via della Stazione 1/1, San Martino Siccomario 27028 (Pv) Dr. Tania Brandolini 339.8792554; Dr. Chiara Torciani 338.3424929; email: associazionefamilypoint@gmail.com; www.associazionefamilypoint.altervista.org
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Pavia: nuovo locale con spazio bambini

Cari tutti sabato sera ho fatto un aperitivo con amici al Trappers di Torre d’Isola che ha riaperto e udite, udite… ha uno spazio bambini! Non solo in bagno – dotato di fasciatoio che noi abbiamo prontamente collaudato per gentile concessione di Lisoski – ma anche all’interno, dove un’intera sezione della sala è adibita a giochi per bambini. Sono giochetti ikea, frutti in plastica e case in cartone, ma quanto basta per intrattenere un po’ i nani nel tempo di una birra. Ecco, non immaginatevi il grillandia: è assai meno caotico, ma anche più informale e semplice. E nemmeno il circolo arci via d’acqua, più circolino e meno ristorante rispetto al Trappers.

Unica nota discutibile è la cucina del locale, ma da quel che ho capito quando siamo andati noi c’è stato un inciampo con il cuoco, quindi si sono trovati un po’ presi d’assalto: al momento però mi sentirei di consigliarvelo più per un aperitivo che per una cena.
Tanti baci e buoni spritz a tutti 🙂
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Andrea Rocchelli: morire per un’idea

Forse è stata fatalità e allora nulla di quello che sto per scrivere ha senso. O forse no. E allora non riesco a non farci un ragionamento. Penso ad Andy, Andrea Rocchelli, il fotoreporter ucciso nella regione del Donetsk, che viveva a Pavia. Ho letto l’articolo che scritto oggi da Adriano Sofri su repubblica e mi chiedo: la sua morte non è paragonabile alla morte di un reporter di 20 anni fa. Perché non dirlo?

Nella sua tragica storia c’è il cortocircuito del nostro tempo. C’è un ragazzo che sogna di essere Robert Capa – meraviglia! – e si trova in una realtà dove dei Robert Capa non sanno più che farsene.

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C’è un ragazzo che vuole emergere e un mondo – quello editoriale – che ti respinge. Non importa quanto vali.

Il mestiere è cambiato, ditelo a questi ragazzi che lo guardano con occhi romantici. Non ha senso farci retoriche di casta. Rischiare la vita per un sogno è eroico, ma ne vale la pena? Documentare una guerra se nessuno paga quei documenti, diventa un gioco al massacro. Ci mandassero gli editori in prima linea, non i sognatori. Scrivete quanto pagate quelle foto, raccontate come vivono gli inviati al fronte, dite che responsabilità si assumono gli editori di quelle vite o di quelle morti: nessuna.

In 10 anni il nostro mondo ha ribaltato tutte le carte che per un secolo sono state sul tavolo. La sintesi ancora non c’è. Ma morire a 30 anni per documentare una guerra a giornali sordi, non può valere una vita. Non può valere le lacrime della sua compagna rimasta con un bambino piccolo a cui dovrà raccontare chi era sua padre. O forse sì, le vale. Io non so quale sia la risposta giusta, sono scelte individuali.

So che i giornalisti non possono fagocitarsi tutto, eroi e non, come se fossero cosa loro. Andy non è uno di loro. Era un outsider che a sue spese ha corso il rischio. Per il piacere di raccontare storie. Per sentirsi parte di una professione che oggi è in disfacimento. Seguendo il mito romantico di una professione che oggi non c’è più. Ammettiamolo. Ragionare ancora come se Andy fosse uno di voi è ipocrita. E non rende onore al romanticismo della sua vita e della sua morte.